Spencer
O del rifiuto del potere
La Diana Spencer di Pablo Larrain, lo diciamo subito, non muore alla fine della (sua) storia, alla fine del film o dopo il film, ché quella del regista cileno, ce lo dice lui stesso in apertura a scanso di equivoci, non è altro che «una favola tratta da una tragedia vera».
Quello che ci ritroviamo tra le mani è infatti un biopic che se ne frega programmaticamente dell’attinenza alla biografia e — in maniera malinconica, slavata e sottile — si permette e ci concede di azzardare una possibilità, di suggerire un’alternativa, di trasfigurare un auspicio.
In questo senso è un atto politico e rivoluzionario, quello di Larrain, molto più di quanto già non lo fosse un prodotto per certi versi simile come C’era una volta… a Hollywood di Tarantino, a cui è interessante pensare, in questo frangente, come a un precedente istintivo, diremmo a un contraltare — a cui, per inciso, manca (nel senso di desiderio) la sublimazione di un corpo-cinema trasfigurato e trasformato come quello di Kristen Stewart, di una fisicità mimetica non contenibile né nei panni di una Diana Spencer transitoria, né nei primi piani permeabili e inopportuni da cui Larrain sembra quasi volerla spingere fuori e s/centrarla, a interrompere la fissità.
Un atto politico feroce e consapevolmente rivoluzionario, a cui forse risulta necessario accedere partendo prima dalla fine, per poi raggiungere l’inizio, attraverso una domanda: perché Diana Spencer non muore, o — meglio — perché e come si libera e vive, alla fine del film che ne racconta tre giorni di esistenza declinati in quattro atti? Innanzitutto perché in un tempo congelato, tradizionale e immoto, la storia di Larrain spinge Diana a rifiutare la ciclicità e la stasi, a resistere all’irresistibile ingombro del potere, la convince a non essere ciò che deve essere, la persuade che nulla è stato scritto, a ribaltare ciò che è noto, prendendo a traccia portante la storia di Anna Bolena, un arco rispetto al quale divergere, operare scelte e maturare consapevolezza, una figura la cui biografia — letta e riletta e poi riposta — ci accompagna per tutto il dipanarsi del miracolo.
E allora se la moglie dell’infedele Re Enrico VIII viene accusata di tradimento e decapitata, Diana Spencer diventa invece — o insiste nel diventare — ciò che sarebbe potuta essere, e non ciò che è o che è stata: non solo nulla si ripete, ma nulla è (ancora? mai?) accaduto. È la parabola di un corpo estraneo e insofferente, e in sofferenza, che decide di divenire irriducibile all’inevitabile, e scarta, trasformandosi — come dice Giulio Sangiorgio — in una storia di fantasmi, per una definizione che in realtà potrebbe calzare per il cinema tout court.
La Lady senza cognome si emancipa allora dalla sua stessa storia, rifiuta radicalmente le logiche esiziali del potere, si spoglia letteralmente dalla sua mercificazione reale, si sottrae all’inevitabile carneficina del sistema, svanisce, attraverso un atto squisitamente e banalmente rivoluzionario, perimetrato da un lieto fine quasi pacchiano, in una dimensione allegorica fin troppo evidente, divenendo, in maniera tanto iper-reale da risultare irreale, semplicemente Spencer.
Ecco dunque che, entrati dalla fine, riallacciamo l’inizio di questo dispositivo deformante: «dove cazzo sono?» si chiede subito Lady D., mentre (si e) ci suggerisce di essere già fuori luogo, abitando già la negazione del determinismo della sua storia, ché la favola è già iniziata, in un percorso di consapevolezza che la porterà a rispondere ai figli, durante la “liberazione”, «andiamo a casa» e, successivamente, alla voce filtrata dell’addetta di un McDrive che chiede un nome per l’ordine, solo «Spencer». Appunto.
Larrain rivendica allora un atto politico, la costruzione di una possibilità altra, di un mondo diverso, qualsiasi cosa si intenda per mondo, perché sarà anche vero che All I Need is a Miracle ma forse è anche vero che, come diceva Cioran, «siamo tutti in fondo a un inferno, dove ogni attimo è un miracolo».